Ferite Invisibili | Nascere donna non deve essere una condanna
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Nascere donna non deve essere una condanna

Di Adelaide Conti

Forse non delle stelle, ma per certo di un lume siamo figlie. La donna, così come è oggi, nasce da quella scintilla che schioccò nell’Inghilterra del XVIII Secolo e finì per ardere e illuminare l’intera Europa e tutto l’Occidente. L’Illuminismo è stato il proiettore con il quale siamo riuscite a fendere le tenebre di secoli di sfruttamento ed oppressione per proiettare sul mondo una nuova storia. La storia della nostra emancipazione. La storia di ognuna di
noi.  Ma tutte le storie, prima del lieto fine, si fanno strada tra difficoltà e sofferenze. Così la nostra non fa eccezione e se ci concentriamo sull’essere donne in Italia oggi, allora dobbiamo concludere che siamo in quella parte del racconto in cui la protagonista sta lì lì per soccombere e quasi si rassegna a un destino crudele.

O per lo meno, è in quella parte della storia che ci colloca l’ultimo Global Gender Gap Report presentato a Roma qualche settimana fa dal World Economic Forum. Certo questo Wef non è la Fifa e quindi nessuno è stato lì a dargli retta. Ma se vi piace stare a vedere una ventina di uomini che prendono a pedate un pallone, forse non vi annoierete a vedere come un intero sistema ha preso a pedate le donne italiane nell’ultimo anno. Il Global Gender Gap Report è uno studio che evidenzia il divario esistente tra maschi e femmine considerando il lavoro, l’istruzione, l’accesso ai servizi e alla rappresentanzapolitica.

In buona sostanza si tratta di uno strumento che ci permette di capire, attraverso l’analisi di diversi fattori, qual è la reale condizione delle donne in rapporto a quella degli uomini. Uno studio comparativo, insomma, che rivela, al di là delle dichiarazioni d’intenti e delle frasi di circostanza, quanto costa nascere donna negli oltre 140 Paesi presi in esame. Anticipando il quadro emerso nell’ultimo rapporto presentato dal Wef possiamo semplicemente concludere che se nasci femmina in Italia hai un terzo in meno dei diritti e delle possibilità che sono garantite ai maschi. Detta cruda un uomo vale 100 mentre tu solo 70.

Ma veniamo ai numeri. Le donne in Italia lavorano più degli uomini (512 minuti al giorno contro i 453) e ricevono, ça va sans dire, un trattamento economico assai peggiore (il 61,5% delle donne non viene pagato “adeguatamente” oppure non vengono pagate affatto, contro il 22,9% degli uomini); ciò nonostante il 12,8% delle donne risulta disoccupato contro il 10,9% dei maschi, in barba alla geniale idea che se si abbassano le pretese dei lavoratori aumenta la possibilità di essere assunti.

Va male anche in riferimento al peso politico delle donne. Il Rapporto evidenzia che nel Parlamento italiano siedono il 31% di donne (meno di un terzo del totale), percentuale che scende mano a mano che “si sale” nella gerarchia delle cariche istituzionali. Il quadro non migliora in altri settori, per esempio l’istruzione, un ambito nel quale, in soli
dieci anni, siamo passati dal 27° al 60° posto, perdendo quindi ben 33 posizioni sul resto del mondo.

Per avere un’idea più chiara della situazione, basterà limitarsi a considerare il dato relativo al salario delle italiane: occupiamo la posizione 126 su 144! Poiché la crisi è globale e attanaglia anche gli altri Paesi presi in esame, non esistono giustificazioni: semplicemente dobbiamo rassegnarci al fatto che solo una ventina di Paesi al mondo trattano le donne sul lavoro peggio dell’Italia.

Un altro interessante studio, incentrato su come la pubblicità e i mass media raccontano le donne, ha fatto emergere che negli scorsi anni il 53% delle donne comparse in Tv era muta; il 45% associata a temi inerenti il sesso, la moda e la bellezza e solo il 2% a temisociali e professionali.

Non a caso il Cedaw, Committee on the Elimination of Discrimination Against Women, da almeno dieci anni si dichiara “profondamente preoccupato dalla rappresentazione data delle donne da parte dei mass media e della pubblicità in Italia, ritratte come oggetto sessuale e ruoli stereotipati”.

Per gran parte del nostro Paese noi siamo ancora delle bambole, elementi decorativi che fanno da cornice all’agire degli uomini e del mondo da loro creato. Lo vediamo in ogni cosa, lo percepiamo senza bisogno che ce lo dicano. Noi donne abbiamo la capacità di soffrire in silenzio, di sacrificarci per il protagonismo degli altri, di accettare il ruolo che ci hanno cucito addosso.

Questo non vuol dire che siamo votate all’abnegazione o che non abbiamo le capacità per mutare il corso di questa storia. Nel secolo scorso abbiamo fatto tanto. Poi ci siamo distratte e ci siamo convinte che la parità fosse un traguardo ormai raggiunto. Ci sbagliavamo. Per voltare la tragedia in commedia abbiamo ancora molto da lavorare e
questi studi, con i loro numeri freddi, ci aiutano a capire che la bella addormentata non si sveglierà con il bacio di un principe azzurro.

Questa volta l’addormentata si sveglierà da sola perché il sonno è stato lungo abbastanza e il mondo là fuori non aspetta altro che vederla protagonista di un’era in cui nascere donna non sia una condanna, ma una fortuna che valga la pena vivere a pieno.